C’è sempre qualcun altro

“Non racconti una storia solo a te stesso. C’è sempre qualcun altro. Anche quando non c’è nessuno.” Credo che tra le tantissime cose piovuteci addosso in queste settimane ci dovrebbe essere posto per queste parole. Le scrive Margaret Atwood in The Handmaid’s Tale e secondo me racchiudono alcuni dei tratti che hanno costruito nel tempo il più grande potere dell’umanità: il racconto, appunto. La narrazione è, di fatto, parte integrante di questo passaggio di stagione, siamo fondamentalmente immersi in un groviglio di narrazioni.

Sono racconti di cronaca quelli che scorrono sui nostri schermi, grandi o piccoli che siano, ma rappresentano narrazioni anche le videochiamate di gruppo o i post sui social. Persino seguire le norme che tutti ormai conosciamo – lavarsi le mani, mantenere le distanze, starnutire o tossire sulla piega del gomito – rivela qualcosa su come stiamo vivendo queste settimane che si incrociano con la Storia. I frammenti di queste narrazioni sono condivisi con parenti, amici e conoscenti. Non risparmiamo nessuno: è solo il pontefice a piazza San Pietro, solitario il ciuffo del presidente della Repubblica.

Nonostante la paura, il rituale statistico delle diciotto e la bieca sceneggiata delle fake news, stiamo facendo i conti con l’importanza dell’alterità. C’è sempre (bisogno di) qualcun altro: per raccontare e raccontarci, per riflettere noi e su di noi. Ed è così che ci riscopriamo tremendamente soli ed è proprio questo che ci fa paura, anzi: è il vuoto che con tutta la sua irruenza si aggrappa ai nostri pensieri più oscuri. Parafrasando Arendt, potremmo definirla la “banalità della vacuità”. Questa stasi fisica corrisponde a uno sciabordio verbale, perché quello che facciamo nella nostra esistenza è riempire vuoti e per farlo passiamo tutti attraverso alcune fasi.

La prima è costituita dalla reazione meccanica, una ricerca bulimica di “cose” con cui riempire il vuoto: canzoni, film, serie tv, telefonate, chat e chi più ne ha più ne metta. Poi c’è un momento in cui ci accorgiamo che tutto questo non poggia su un piano resistente e allora l’esplorazione si fa più profonda: abbiamo bisogno di quella canzone, di quel libro. Perché, in fondo, ci conoscono meglio di quanto noi stessi pensiamo di conoscerci. Ma, ancora una volta, non basta. No, perché, al di là delle parole, i vuoti si riempiono con le persone. Non importa che queste siano presenti o no; ci serviamo egoisticamente del ruolo di catalizzatori che queste rivestono. Ed è allora che cominciamo a riempire per davvero le vacue zone d’ombra del nostro io. Per fortuna, c’è sempre qualcun altro.

Al di là delle iperconnessioni, ci sentiamo come dei naufraghi che hanno un bisogno vitale di gettare in mare una lettera accartocciata dentro una bottiglia, nella speranza che qualcuno la legga. Credo che questa sarà la sensazione che avremo anche quando tutto sarà finito, anzi: sarà proprio quello il momento in cui diventerà importante raccontare. Farlo per distanziare la paura, come quando si smorza la tensione con un sorriso.

Ci racconteremo delle immagini in Tv, dei funerali senza esequie e rideremo delle troppe dirette social, incazzandoci per gli errori delle istituzioni e delle amministrazioni. Lo faremo con la consapevolezza di aver messo alle spalle un evento storico che per molto tempo faticheremo a razionalizzare. Per adesso, invece, ognuno ha il suo kit di sopravvivenza. Il mio è fatto soprattutto, manco a dirlo, di libri e musica. Da un lato lo spiritualismo del Libro tibetano dei morti, dall’altro libri sul Cinema e le Avanguardie del Novecento. E poi c’è la musica da ascoltare, le puntate da montare.

La radio sembra doversi sobbarcare il ricordi di questi mesi intensi. Siamo andati in onda il giorno in cui è arrivata la triste notizia di Guagno, quello di una bella scossa di terremoto; abbiamo trasmesso con guanti e mascherina parlando al telefono con musicisti in quarantena da varie parti d’Italia. L’altro giorno, mentre riprendevo le interviste – che per qualche puntata saranno registrare – dal telefono mi giungevano le risposte dell’intervistato che si accavallavano alle sirene della ambulanze.

Quando capitano tutte queste cose in un lasso di tempo piuttosto breve è necessario fermarsi e prendere la via del buen retiro del silenzio, cosa molto rara ormai. Non so chi lo scrisse, ma bisogna apprezzare il silenzio per poter dare il giusto valore alle parole. Ed eccomi qui dopo qualche mese di latitanza bloggesca a buttar giù qualche pensiero sparso, scaturito soprattutto dalle riletture di questi giorni. Oltre ad Atwood, c’è stata sin qui la compagnia della poesia postmodernista europea e di un’opera che, da quando entrò nella mia vita (più di un decennio fa), non mi ha mai abbandonato. Per chi mi conosce – e per chi conosce T.S. Eliot – le cinque parti di un poemetto del 1922 sono piuttosto familiari.

Nella speranza, quindi, che aprile non sia “il mese più crudele”, (ri)leggere The Waste Land in questo periodo è quanto mai utile. Per un inverno che ci ha tenuto caldi, per tutte quelle semplici domande a cui è così difficile rispondere, per i cadaveri che germogliano le nostre paure mostrate in un pugno di polvere, c’è un tuono in lontananza che preannuncia una pioggia fertile, di rinnovamento. In un’altra opera Eliot si chiede “oserò turbare l’universo?”, un quesito piuttosto impegnativo al quale da qualche tempo sto immaginando risposte. Forse quella più convincente è un tentativo di cambiare il soggetto, spostandolo dalla prima persona singolare a quella plurale. Un passaggio grammaticale quasi insignificante che, però, riversa sulle tre parole un chiarore di speranza: c’è sempre qualcun altro.

Una replica a “C’è sempre qualcun altro”

  1. ” Quando tutto sarà finito ” dici ? Sicuramente, magari tra un centinaio di anni, questa maligna infezione finirà: ma cosa lascerà dietro ? Un altro mondo, meno bello e più sofferente di questo.

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