Non dirlo a Wilde

o dei miei dieci anni di scrittura e altre considerazioni

Circa dieci anni fa di questi tempi decidevo di inviare una mail a un piccolo blog musicale per proporre una collaborazione. Mi ero occupato saltuariamente di recensioni, ma ascoltavo tanta musica e leggevo molto. La colpa di quella mail, che ha iniziato un percorso fatto di siti, mensili cartacei e persino libri, è di Oscar Wilde. Ricordo ancora quando quindicenne mi imbattei ne Il critico come artista, un suo saggio in cui afferma l’importanza del discorso attorno all’opera d’arte. La questione ha necessitato di qualche anno per fermentare e maturare fino a quella prima collaborazione.

Ricordo ancora la voracità, il picchiettio sulla tastiera, l’uso smodato di frasi che credevo a effetto, ma che in realtà rientravano nei classici cliché del recensore: “Attendiamo sviluppi”, “il gruppo (non) delude le aspettative”, e l’immancabile concetto che “era meglio il promo”, o comunque qualsiasi pubblicazione che avessimo in cento, al massimo. Ricordo anche quello che col tempo ho identificato come ‘il complesso del recensore in erba’, ovvero quell’inclinazione a criticare negativamente tutto. Per me erano tutte copie di qualche originale, tutti incompleti. Si trattava di un calderone di aspetti che andavano dalla pronuncia alla copertina. Ero giovane e inesperto, cominciavo a capire pian piano i pesi e le misure, passando di blog in sito e di testata in testata (per fortuna non in senso fisico, anche se conservo qualche scambio di mail al vetriolo con band che non prendevano bene la mia saccenza).

Tutto cambiò quando decisi di scrivere una tesi sulle influenze di T.S. Eliot sui Radiohead. Fino a quel momento, infatti, percepivo la recensione come una sorta di visita guidata al disco, un preambolo tanto necessario quanto bypassabile. Iniziando a raccogliere il materiale per l’elaborato mi accorsi dell’importanza del saggio di Wilde, soprattutto quando scrive nel suo stile inconfondibile: “L’individuo più importuno nella sfera intellettuale è quello che è così affaccendato nell’istruire gli altri che non ha mai tempo per istruire se stesso”. Chi scrive (bene) di un argomento non ha velleità didattiche e mi resi conto ben presto che fin lì il mio scrivere di musica equivaleva al classico concetto “ascolta questo, se non lo fai non capisci nulla”. D’altronde organizzavo anche concerti e collaboravo a management artistici, quindi come non avere questa convinzione!

Per scrivere in ambito universitario dei Radiohead dovetti rincorrere saggi e libri accademici sulla band, scoprendo che all’estero c’era un’intera letteratura sulla popular music e sugli stessi artisti. Fu una rivelazione: leggere con rigore scientifico di Paranoid Android, del tempo di Pyramid Song, dei giovani come categoria di consumatori o di come il viaggio in Gran Bretagna di uno squattrinato jamaicano con una caterva di vinili abbia dato vita alla più importante etichetta reggae e giocato un ruolo fondamentale nel passaggio dal punk al post punk, fu un punto di non ritorno.

Sì, perché nel frattempo continuavo a leggere recensioni e articoli, ma lo facevo con una prospettiva diametralmente opposta. L’abilità di discorrere sull’opera d’arte o l’artista, il lavoro certosino sulle frasi, sulle singole parole, la maestria nel sorvolare le ovvietà o le ripetizioni e poi l’importanza della chiusa e, prima ancora, dell’attacco, la destrezza nel dispiegare un racconto che si fa opinione: cominciai a capire cosa significa scrivere.

Ad oggi, ho collaborato con una quindicina di testate e scritto più o meno più di seicento pezzi tra articoli, monografie, recensioni e interviste. Nonostante ciò, mi emoziono ancora quando uno scritto riesce a farmi sentire il profumo di un disco o quando una chiacchierata messa per iscritto sembra una seduta dall’analista. Il tempo (e anche la mia passione per la stampa britannica) mi ha fatto capire quanto l’efficacia e la sinteticità siano difficili da ottenere, ma infinitamente utili nell’economia del discorso. Ho capito che la recensione non è una guida al disco, piuttosto approfondisce la caratura dell’opera d’arte e, soprattutto, la contestualizza.

Il contesto – mi dicevo – è quello che rende uno scritto di Simon Reynolds o Mark Fisher così tangibile. Che si tratti dell’importanza delle scuole d’arte per lo sviluppo del post punk o del trattamento asessuale che Burial infligge ai sample vocali, poco importa. È il contesto che mi ha spinto a scrivere un libro sul perché una band come Arcade Fire sia importante e metafora di questi decenni. In fondo, quello che ho fatto in Politics e Patriots non è stato altro che contestualizzare la musica angloamericana e quella italiana alla luce di Trump, Brexit e sovranismo.

Questo flusso di pensieri e ricordi messi nero su bianco in questa mattina d’estate ha una motivazione latente nell’ennesima notizia di una testata musicale costretta a chiudere i battenti. Questa volta si tratta del mensile Q, fucina di approfondimenti ricchi e puntuali. Sono un ragazzo degli anni ottanta e per me il cartaceo mantiene il suo fascino, evito il discorso sul profumo della carta e il gesto di sfogliare il giornale ma è così e non posso farci molto.

Ho avuto la fortuna di poter scrivere ne Il Mucchio Selvaggio fino alla sua chiusura e poi di farlo per Rumore. So bene a cosa si va incontro anche nel caso di un importante sito web, perché da ormai cinque anni scrivo su Sentireascoltare. È inutile dire quante volte ci raccontiamo la crisi dell’editoria, che colpisce tutti indistintamente, soprattutto dopo una pandemia che mette in ginocchio diversi settori della società. Il mondo non ha bisogno di ulteriori analisi, ma la mia idea me la sono fatta e ne sono sempre più convinto.

Mettere su un blog, accorparlo a qualche social e scrivere di dischi o artisti è ormai un qualcosa di così semplice da far quasi paura. Faccio radio da quattro anni e mi sono trovato quasi costretto a fare un sito per il programma e questo è diventato anche un piccolo blog, due anni fa ho deciso di raccogliere i miei pensieri personali su quest’altra finestra, quindi conosco bene il processo. Tornando alla questione generale, è indubbia la validità del discorso sulla dicotomia qualità/quantità, ma – in virtù della mia esperienza personale – da qualche tempo si è fatto largo un pensiero o, meglio, una domanda. Credo che chiunque decida di inviare quella prima mail, come feci io ormai dieci anni fa, se la debba porre.

Perché scrivere? Ho capito che fino a quando non mi sono posto questa domanda la qualità della mia scrittura, gli spunti e l’analisi degli argomenti ne risentivano. Perché scrivere? Velleità (intellettuali, chiaro), fama (meglio cambiare subito orizzonti), il piacere della scrittura… perché? Io non ho dubbi: perché è importante far conoscere, puntare i riflettori e farlo offrendo un contesto. Che è lo stesso motivo per il quale scelgo di leggere Il Post e abbonarmi a Loud & Quiet.

La crisi dell’editoria musicale c’è, ma nel Regno Unito i blog si trasformano in trimestrali cartacei e spediscono copie in tutto il mondo, mentre in Australia Nme diventa mensile fisico. Si tratta di aneliti che camuffano un ultimo, disperato canto del cigno? Personalmente non lo penso, ma credo che non bisogna puntare il dito verso i lettori e che – come ha dimostrato la pandemia in merito alle falle del giornalismo italiano e alle modalità di racconto a volte raccapriccianti di testate nazionali – quando qualcosa non va bisogna fare in primis un esame di coscienza.

Per fortuna ho scritto il mio primo libro quando già scrivevo da almeno sette anni. La mia inesperienza ha fatto sì che Scream & Shout passasse per lo più inosservato, chiaramente ci sono affezionato ma ne riconosco tutti i limiti. Con l’esperienza e un lungo (e tortuoso) processo alle (mie) intenzioni – fatto anche di domande esistenziali e promesse che non avrei più scritto un libro – sono arrivato a Politics, che mi ha dato tante soddisfazioni ed è presente in biblioteche universitarie come Columbia e Ucla e nazionali come quella francese.

Mi chiedo di continuo quale può essere il mio apporto alla causa. Il giorno in cui un articolo per me sarà solo un numero potrò dirmi pronto a smettere di scrivere. Fino a quel momento la splendida sensazione di parlare d’arte al telefono con gli artisti, gli stalli (quasi alla messicana) in fase di scrittura e il gioco di ruolo del “lettore esigente e precisino” in fase di revisione, saranno sempre una componente vitale di una passione da affrontare con professionalità. Perché le parole sono importanti, soprattutto quando possono far scoprire canzoni che ti raccontano chi sei molto meglio dei tuoi affetti più cari. Perché la fuori ci sono tera di database in streaming, ma far scegliere tutto sempre e solo all’algoritmo è pur sempre una sconfitta.

La cosa più bella è che l’imbeccata giusta può essere sempre dietro l’angolo. Scoprii Wilde in adolescenza e in poco tempo divorai tutte le sue opere. Mi emoziono ancora quando penso alla mia visita sulla sua tomba a Père-Lachaise, so che non farei una bella figura se gli dicessi che devo la mia passione per lui a un Guido Meda esaltato che commentava un sorpasso di Rossi. “Resisto tutto tranne che alle tentazioni”, fu la citazione wildiana del giornalista. Io me lo appuntai, il giorno dopo andai in libreria e anni dopo mi sarei trovato a parlare dello scrittore irlandese coi Fontaines Dc…

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