Politics: musica, Trump e Brexit due anni dopo

Due anni fa usciva Politics, il mio libro sulla musica angloamericana nell’era di Trump e Brexit. L’incombente voto per le presidenziali negli Stati Uniti e la procedura di infrazione dell’Unione europea nei confronti del Regno Unito mi hanno dato modo di riprendere in mano quel volume e pensare a quanto successo in questi ultimi ventiquattro mesi. Ho pensato quindi di scrivere quella che potrebbe essere a tutti gli effetti un’appendice, un aggiornamento o, meglio ancora, una breve disamina che, senza entrare nei dettagli per ragioni di spazio, di media e di fruizione, prova a completare quanto scritto in quel libro.

Trouble in Town, cos’è rimasto

Lasciando momentaneamente da parte la pandemia, che sta infliggendo un duro colpo all’industria musicale mondiale, in questi due anni la tesi del libro è stata confermata. In Politics cercavo di dimostrare che il rapporto tra musica e politica – proprio a causa del risultato delle elezioni statunitensi e dell’esito del referendum britannico del 2016 – è vivo, al contrario di molti pareri diffusi nell’ultimo periodo. Non solo, da una nutrita serie di esempi emergeva che le nuove leve, gli artisti giovani, sono in prima linea e pronti a sacrificare fama e fanbase per esporre le proprie idee, alimentando così il dibattito pubblico.

Particolare della copertina di Joy as an Act of Resistance degli Idles

Il tessuto sociale di Regno Unito e Stati Uniti è ancora più scollato rispetto a quattro anni fa e quanto avvenuto con l’avanzata Alt-right in America e la debacle di Jeremy Corbyn – supportato dalla maggior parte dei musicisti che si sono esposti e da un’ondata di entusiasmo notevole espressa dai giovani britannici – hanno acutizzato la produzione di canzoni, tweet e messaggi politicizzati.

Rock the Vote, elezioni e riflessioni

Uno dei punti di contatto più problematici tra musica e politica è l’uso di canzoni durante le campagne elettorali (ne parlo anche in Patriots portando l’esempio dei comizi di Salvini con brani, tra i tanti, di Jovanotti e Vasco Rossi). Siamo in una zona d’ombra in cui uso e consensi si sovrappongono e non è mai ben chiaro – a meno di endorsement o dichiarazioni pubbliche – se un artista è a conoscenza del fatto che una sua canzone venga usata in un tour elettorale. La questione si è evidentemente aggravata a tal punto che nell’estate del 2020 una folta schiera di musicisti ha pubblicato una lettera contro l’utilizzo improprio di canzoni da parte dei politici, auspicando il ricorso al consenso.

Tutto questo mentre avveniva il solito (e vitale) invito trasversale da parte del musicbiz a votare. In questi giorni artisti, etichette e riviste tempestano i propri fan e lettori con un semplicissimo invito: “Go Vote”. Non solo, nella giornata del 2 ottobre è stata resa disponibile su Bandcamp la compilation Good Music To Avert The Collapse Of American Democracy, Volume 2. Molti artisti hanno partecipato con brani inediti a un’iniziativa volta a sensibilizzare i cittadini americani in merito all’importanza del voto, devolvendo i guadagni all’associazione Voting Rights Lab, un’organizzazione apartitica che ha a cuore la difesa dello stato, la politica e la competenza legislativa nella lotta per i diritti di voto. Altri hanno tagliato corto e, come Tyler, the Creator, hanno affidato ai social un video in cui cercano di convincere fan e non ad andare a votare.

Nel 2018 riportavo uno studio di State of Play: Grime «che dimostra come il 58 per cento dei fan del grime abbia votato i laburisti alle elezioni britanniche del 2017, il 24 per cento di loro è stato influenzato dal #Grime4Corbyn, hashtag lanciato dai rapper in supporto al segretario del Labour Party». Ebbene, due anni dopo molti degli esponenti di quel movimento si sono tirati indietro in vista delle elezioni del dicembre 2019. La critica nei confronti del laburista è di non essere stato capace di capitalizzare l’interesse di rapper e giovani nei suoi confronti. Un campanello d’allarme che si è trasformato in realtà quando sono arrivati i risultati delle elezioni anticipate: i Conservatori guadagnavano un punto percentuale, i Laburisti perdevano l’8% in rapporto al 2017.

Nonostante questo, molti artisti (da Mia ai Massive Attack) si sono schierati con Corbyn e si sono spesi per invitare i cittadini a votare, i commenti negativi all’elezione di Johnson non sono mancati. Insomma, un copione già visto nel 2016 con il referendum sulla Brexit: la maggior parte degli artisti si appellano ai propri fan, in un paese in cui l’età media è di 40,1 anni, ma pur risultando importanti per il dibattito pubblico, difficilmente appartengono a quella che si rivela la maggioranza. In realtà, ancora una volta, i giovani hanno votato perlopiù i Laburisti e gli adulti e anziani i Conservatori e si conferma quanto successo nel referendum del 2016: livelli d’istruzione più bassi hanno in maggioranza votato per Johnson – che ha focalizzato la sua campagna elettorale sul portare a termine la Brexit -, quelli più alti per Corbyn, che paga il non aver preso una netta posizione anti-Brexit provando a spostare l’accento su sanità e problemi sociali (per l’analisi del voto invito a consultare YouTrend).

© Ipsos | Ipsos MORI Political Monitor | December 2019 | Version 1 | Public

Come notano il professor Matt Henn della Nottingham Trent University e il professor James Sloam della Royal Holloway University, i giovani continuano a votare a sinistra, ma la youthquake del 2017 ha perso il suo potenziale. Hanno a cuore il cosmopolitismo e l’ambiente ma – ne parlerò più avanti nel paragrafo sui diritti Lgbt+ e abusi sessuali – sono politicizzati pur non sentendosi rappresentati dai politici, preferiscono l’attivismo al voto. Il grafico riportato in alto è emblematico in tal senso.

I Can’t Breath, le tensioni razziali

Rimanendo negli Stati Uniti, si conferma la generale mobilitazione anti-trumpiana da parte dei musicisti statunitensi. In molti, infatti, si sono pronunciati in favore del democratico Joe Biden, la maggior parte in seguito al ritiro di Bernie Sanders, vero catalizzatore di artisti e giovani, in questo davvero simile al laburista Corbyn. Le reazioni più violente dei musicisti nei confronti di Trump continuano a manifestarsi soprattutto in corrispondenza degli atteggiamenti più controversi del presidente in merito a questioni razziali, sul rispetto delle donne e dell’orientamento sessuale dei singoli cittadini.

Diritti (negati) e soprusi nei confronti dei neri e le manifestazioni dei suprematisti bianchi continuano a preoccupare i musicisti, soprattutto quelli hip hop, genere che si conferma il più reattivo negli Stati Uniti dal punto di vista sociopolitico. Di ingiustizie canta Lil Baby in The Bigger Picture, singolo del giugno 2020 che è diventato anche un video emblematico del movimento Black Lives Matter. T Pain sceglie i versi di Malcom X per l’incipit di Get Up e Damian Lillard in Blacklist cita in spoken word un lungo elenco di vittime nere uccise dalla polizia, arrivando fino a George Floyd la cui morte, assieme a quella di Breonna Taylor, ha inasprito le tensioni tra la comunità afroamericana e i bianchi. Chiede giustizia anche Yg che nel singolo Ftp sintetizza quella che è diventata una tragica normalità: «Murder after murder after all these years». Punta invece sull’orgoglio black Pharell che on Jay Z nel video di Entrepreneur mostra esempi virtuosi di resilienza di afroamericani che, superando disparità e razzismo, hanno trovato una propria realizzazione.

Nel Regno Unito muore l’8% dei neri in custodia alla polizia, i bianchi deceduti nelle stesse condizioni sono il 3%. A dimostrazione del fatto che, nonostante i casi più mediatici abbiano luogo negli Stati Uniti, tra i britannici il razzismo è un problema di prim’ordine. In Politics parlavo dello scandalo “Windrush generation”, un’annosa questione che dal dopoguerra rimane al centro del dibattito pubblico. Ma per capire a fondo cosa succede all’ombra del Big Ben è necessario seguire Stormzy; l’artista grime si è esibito ai Brit Awards nel 2016 intimando all’allora primo ministro May che l’incendio alla Grenfell Tower era una ferita ancora aperta, ha cantato a Glastonbury indossando un giubbotto anti-pugnale disegnato da Banksy su cui era dipinta la Union Jack, una «bandiera di una nazione divisa e spaventata», come scrive Jonathan Jones. Rise Up è l’autobiografia che il musicista ha pubblicato nel 2018 (ristampato da Penguin nel 2019) che sin dalle prime pagine si rivela una denuncia nei confronti del razzismo – soprattutto nei media britannici – della società.

Bullet-proof vest created by the artist Banksy and worn by Stormzy during a performance at Glastonbury in 2019. Photo: Bruno Mameli/Shutterstock.com

Quel libro ha certamente contribuito a quanto accaduto nell’estate 2020, quando una lunga lista di artisti britannici ha firmato una lettera esprimendo l’importanza di stare uniti contro il razzismo, perché «il silenzio non è un’opinione». Anche nel Regno Unito i rapper parlano di soprusi (Dave in Black), supportano la causa antirazzista (Jords devolve i proventi di Black & Ready all’associazione The Black Curriculum, che si pone l’obiettivo di riempire il vuoto della cultura black nella storia britannica) e celebrano le radici proprie radici (J Hus nella sua Deeper Than Rap). Sicuramente, il caso Floyd è stato uno scossone che, in piena crisi pandemica, ha riacceso i riflettori sulla questione razziale nel mondo angloamericano, società in cui emergenti e artisti affermati (Beyoncé, Alicia Keys) marciano fianco a fianco facendo la loro parte con speech, canzoni e post. E se Ll Cool J si affida a un freestile improvvisato su Instagram – in Politics evidenziavo l’urgenza comunicativa favorita dai social e piattaforme di streaming -, Her va dritta alla questione e titola la canzone scritta dopo la morte di Floyd I Can’t Breath, le ultime parole che l’uomo ha pronunciato prima di morire.

Rispetto al libro, rimane caldo il tema dell’appropriazione culturale che nell’estate 2020 si è acutizzata quando il movimento Black Lives Matter ha abbattuto in varie città del mondo alcune statue raffiguranti navigatori, mercanti e personaggi storici colonialisti. In questo ambito, è stato coraggioso e unico quanto fatto dall’attuale One Little Independent Records, ex One Little Indian Records, che ha preso le distanze dal primo nome scelto perché appartenente a uno stereotipo di sfruttamento delle popolazioni indigene d’America.

Kanye West durante la sua candidatura, Euronews

Infine, una conferma di quanto scrivevo nel 2018 su Kanye West è arrivata quando il rapper nell’estate del 2020 si è candidato alle presidenziali. Ben Jacobs sul New York Magazine ha prontamente notato che «la sua campagna elettorale non è seria, ma non è nemmeno uno scherzo», la sintesi di una situazione a tratti paradossale: un personaggio famoso che si presenta a una tornata elettorale sapendo di non avere possibilità di vittoria, un “politico” di cui non si conoscono agenda, ideali e proposte, ma allo stesso tempo una mina vagante che potrebbe togliere voti a Biden. Al momento, West è al ballottaggio in alcuni stati, come Colorado, Iowa, Oklahoma e Minnesota, in altri non ha potuto concorrere per scadenze non rispettate o, addirittura, perché si è registrato come repubblicano per poi cercare un posto da indipendente.

Model Village, diritti e abusi

Gli artisti hip hop non sono gli unici a trattare temi sociopolitici negli ultimi anni. Più volte ho scritto di quanto nel Regno Unito le chitarre siano tornate di moda (o forse non sono mai state accantonate) e di quanto molti gruppi emergenti post punk legati al proprio territorio (i Cabbage con Tell Me Lies About Manchester) raccontino il quotidiano denunciando problematiche e disparità. Da questo punto di vista, gli Idles con Ultra Mono hanno confermato la loro capacità analitica, che li ha portati fino al primo posto in classifica. Quando ho avuto l’occasione di intervistarli mi sono soffermato sul brano Model Village:

[…] Una polaroid della Gran Bretagna degli ultimi due anni che descrive l’isola meglio di saggi e libri. «Il punto era: racchiudere in tre minuti l’aria che stiamo respirando. Non era facile e per certi versi può sembrare riduttivo, ma lo stato in cui versa il Nhs, il governo Johnson e le minacce di una destra estrema sempre più attraente» sono una realtà. Il lungo elenco di luoghi comuni («Non sono razzista ma…») e quella ossessione degli Idles di declinare l’annoso tema del “tossico” – un virus che va dal machismo alle relazioni interpersonali – sono fendenti che a stento si possono evitare.

Oltre a rimandare all’illuminante I Got Something to Say di Matthew Oware (Palgrave, 2018), che analizza il «gender, la razza e la coscienza sociale nella musica rap», è importante ribadire quanto la musica continui ad aumentare la sua attenzione verso i diritti Lgbt+, soprattutto grazie ad artisti che trattano il tema del gender fluid (Frank Ocean, Chanel), rielaborano in chiave dance le loro esperienze nei gay club (Romy in Lifetime) e si concentrano sull’orgoglio della propria sessualità, come nel caso di Jealous Of Myself di Galxara, in cui compare anche Trevi Moran il cui video di coming out come donna transgender nel giugno 2020 si conclude con un invito a non aver paura di conoscersi a fondo e assecondare la propria identità.

Negli ultimi anni, in seguito al movimento #metoo, anche la musica è stata investita da un’ondata di confessioni su abusi (verbali o fisici) subiti all’interno della sfera personale o in un vero e proprio sistema omertoso insito all’industria musicale. Due esempi su tutti, tanto emblematici quanto significativi: Phoebe Bridgers che ha accusato Ryan Adams, denunciando una rete di «amici, gruppi e persone con cui ha lavorato» da tenere in considerazione e l’etichetta Burger Records che, a seguito di un’ondata di accuse rivolte ad artisti e staff ha tentato nell’estate del 2020 una serie di cambiamenti strutturali per poi decidere di chiudere i battenti.

Young People’s Politics (2020)

Concludo questo breve excursus con i versi potentissimi di Francis of Delirium. L’artista canadese-americana in Equality Song canta:

Sometimes it feels like a fact of life
You’re born, get your period and you’ll get raped some time

Si tratta di un forte attacco a quella tossicità maschile di cui parlano gli Idles, un gesto di rabbia di una diciannovenne che sceglie di affrontare un tema importante, devolvendo i proventi del suo brano all’associazione Femmes en Detresse, attiva nel fornire protezione e terapia alle vittime di abusi domestici. Ecco un esempio di quanto emerge in Young People’s Politics: Political Interest and Engagement Amongst 14- to 24-year-olds (Clarissa White, Sara Bruce e Jane Ritchie, maggio 2020), prezioso libro che, con una serie di dati a supporto del tema, conclude con queste parole che ritengo necessario riportare integralmente e che, tradotte, suonerebbero così:

[…] Infine, dovrebbe essere riconosciuto che i giovani stanno attualmente prendendo parte a una serie di attività politiche, anche se non le intendono come tali. Inoltre, mentre spesso non si considerano interessati alla politica, sono chiaramente preoccupati per le questioni che sono al centro dell’agenda del governo. Sembrerebbe che in passato troppa enfasi è stata posta sull’apatia dei giovani.

Sono conclusioni che confermano quanto scrivevo nel paragrafo sulle elezioni e, allo stesso tempo, rispondono a quel cortocircuito che ruota attorno ai dubbi sul senso dell’esporsi pubblicamente su questioni sociopolitiche o sull’impatto che la musica può avere nel dibattito pubblico.

In a world upside down, la pandemia

Quel senso apocalittico e caotico che i populismi e i sovranismi hanno amplificato e la preoccupazione sulle tematiche ambientali accelerato si riflette in molti lavori di questi ultimi anni. Album e canzoni che, anche senza precisi riferimenti a nomi e situazioni, conservano una forte capacità analitica e di sintesi. Come nel doppio album Everything Not Saved Will Be Lost (2019) dei Foals, in cui l’ambiente e la tragedia dei morti nel Mediterraneo sono scanditi in un cupo indie rock. Più specifico il controverso rapper Slowthai che debutta nel 2019 con Nothing Great About Britain – un condensato di nervi e disgusto verso la società britannica – e ai Mercury Prize dello stesso anno si esibisce con la testa mozzata di Johnson, per poi mettere in vendita sul suo merch la maglietta “Fuck Boris”.

Anche i Coldplay nel 2019 abbandonano i colori e la positività degli album precedenti calandosi nel grigiore di Everyday Life, un doppio disco che parla delle ingiustizie negli Stati Uniti e si circonda di spiritualità per infondere un messaggio di pace universale. Su Thom Yorke si vince facile in quanto ad ansie e paranoie, il suo limbo Anima non si esime da questo mood. Segue il solco Dave con Psychodrama, una seduta d’analisi in cui finiscono le paure per la salute mentale (tema sempre in primo piano nel Regno Unito), la disuguaglianza sociale e la violenza domestica. Proseguono la loro battaglia ideologica gli Algiers, che di apocalisse ne mettono parecchia in There Is No Year, e non si smentiscono nemmeno gli Sleaford Mods, il cui Eton Alive ci parla di un Regno Unito in ginocchio quasi a mettere in musica l’astio della querelle con gli Idles, rei di non essere credibili in quanto appropriatisi di della «working class voice».

Il primo caso certificato di Sars Cov 2 a Wuhan è stato riscontrato il 31 dicembre 2019, quasi a presagire un 2020 drammatico. La pandemia ha infettato gli esseri umani a vari livelli: oltre a quello sanitario, i risvolti per la psiche, l’economia e la politica sono stati evidenti. L’industria musicale non è ovviamente stata immune; con tour sospesi e album posticipati gli artisti hanno dovuto inventarsi sessioni casalinghe, dirette sociale e – solo in un secondo momento – concerti ridotti per capienza e durata. Nonostante ciò, i temi sociopolitici hanno continuato a interessare gli artisti angloamericani, spiazzati – come tutti noi – dai ricoveri di Boris Johnson e Donal Trump a causa del virus, proprio loro che hanno minimizzato la pandemia e non rispettato a fondo le basilari regole precauzionali per evitare la sua diffusione.

Non potevano mancare all’appello i Run The Jewels (Rtj4, 2020) che hanno nuovamente appallottolato il presente nei loro testi, mettendo in musica la rabbia delle strade americane. Ambientalismo e anti-trumpismo sgorgano da Gigaton dei Pearl Jam, mentre Perfume Genius e Arca mettono nuovamente al centro della loro arte il corpo: un campo di battaglia (citando Barba Kruger) che diventa esaltazione della propria identità e unicità, sia essa incastonata in una visione classica (Set My Heart on Fire Immediately) oppure concepita in chiave futurista, quasi inquietante (KiCk i).

Con le elezioni americane il 3 novembre e il quanto mai caotico iter della Brexit – in Politics parlo ampiamente di quello che significherà per i musicisti britannici ed europei, ed è curioso notare come all’epoca usavo il condizionale mentre ora è d’obbligo il futuro – sarà interessante capire in che misura la musica angloamericana affronterà i temi sociopolitici, se rinnoverà il suo impegno o si spegnerà lentamente fino a trincerarsi nel disinteresse verso questi argomenti. Continuo a sostenere il pensiero di Naomi Klein, quando scrive che soltanto con una «profonda compassione» possiamo sostenere le battaglie che dobbiamo combattere. E poi, se vale l’idea di Dorian Lynskey («Quando una come Katy Perry parla esplicitamente di politica, vuol dire che è cambiato davvero qualcosa), lo speech di Greta Thumberg nel disco dei The 1975 (Notes On A Conditional Form, 2020) o Dua Lipa che al Guardian parla di politica (mostrandosi europeista e chiedendosi cosa è andato male per avere un presidente come Trump), sono segnali positivi.

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La narrazione del presente da parte della musica testimonia che questa forma d’arte non ha perso il suo «potenziale politico» (Kaltmeier e Raussert, 2019), anzi conferma di non essere innocua, come dimostra la vicenda del cantante Yahaya Sharif-Aminu, condannato a morte per una sua canzone. Compito degli artisti è cristallizzare le sensazioni ed emozioni, questo li pone di fronte alla scelta di raccontare ciò che accade attorno a loro o trascinarci in una fuga dal presente, per darci sollievo. Ogni soluzione è equamente giusta; l’importante è che canzoni e album siano ancora capaci di sintetizzare in poche parole e note – e, perché no, anche slogan – le fratture sociali e le problematiche che ci affliggono nel nostro quotidiano. Ne giova il dibattito, anche quando ci si mette di mezzo la scienza a fornire risposte certe, contro futili complottismi: in fondo, quante discussioni stiamo avendo con le motivazioni che compaiono nella canzone no vax di Ian Brown (contro l’uso delle mascherine) e in quella di Eminem e Kid Cudy convinti dell’esatto opposto?

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